4 Vespa alla Dakar: quando nel 1980 tutti parlavano di “impresa”

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La Dakar, da sempre sinonimo di manifestazione a cui prendono parte solo uomini temerari e coraggiosi con veicoli di un certo “rilievo”, ha visto nel corso del tempo anche la partecipazione di personaggi sicuramente temerari e coraggiosi, ma con veicoli “normali” come, ad esempio, una comunissima Vespa Piaggio.

Accadde nel 1980, alla seconda edizione di quella che allora si chiamava Parigi-Dakar, quando 4 “personaggioni” si presentarono alle iscrizioni con le loro Vespa P200E con i numeri 5, 6, 7 e 8.

I soggetti (dall’indiscusso coraggio) in questione erano:

  • Yvan Tcherniavsky, vincitore del campionato di Francia di enduro nel 1979;
  • Bernard Tcherniavsky, fratello di Yvan e pilota amatoriale;
  • Bernard Simonot, portacolori della Francia nel campionato internazionale di enduro;
  • Bernard Neimer, vincitore del campionato di Francia di enduro nel 1978, vicecampione nel 1979 e, di mestiere, poliziotto in moto.

Il quartetto era “sponsorizzato” da Jean Francois Piot, team manager Honda alla prima edizione della Dakar poi licenziato.

Non riuscendo a rimanere alla larga dalle competizioni e dalle scommesse folli, il francese mise in piedi un team organizzatissimo: oltre alle 4 vespa impegnate in gara, 5 Land Rover fornivano assistenza continua ai piloti ed ai piccoli mezzi di locomozione made in Italy che avevano ricevuto una deroga per poter effettuare il rifornimento a loro piacimento viste le dimensioni contenutissime dei serbatoi.

Di queste 5 Land Rover, una era un magazzino ambulante di pezzi di ricambio, che veniva caricata ogni mattina con quanti più ricambi possibili.

Per attirare più interesse verso l’azzardo di Piot, le 5 Land Rover erano guidate da giornalisti interessati accompagnati da un meccanico. Per l’occasione, la Piaggio inviò un suo tecnico come supporto ufficiale ai piloti in gara.

Lo stabilimento di Pontedera, fabbrica Piaggio in cui erano conservati i progetti originali della Vespa, mise a punto dei componenti particolari appositamente preparati, come manubri, forcelle, sospensioni e supporti del motore, studiati per sopportare le sollecitazioni che avrebbero dovuto subire durante la competizione. Fu studiato un alloggiamento per una seconda ruota di scorta e per portare alcune chiavi ed un paio di candele di ricambio.

La strategia di Piot si rivelò vincente: la “vespascommessa” (come lui stesso l’aveva denominata) riscosse un successone, in Italia ed in Francia tutti volevano avere notizie delle 4 Vespa in gara anche se, senza internet, far giungere queste notizie era molto difficile.

Il team manager francese fu deriso a lungo dagli organizzatori, tanto che per le Vespa fu fissato un obiettivo speciale: raggiungere la capitale del Senegal. Nell’impresa riuscirono solo Bernard Tcherniavsky e Bernard Simonot, anche se tagliarono il traguardo fuori tempo massimo. Ma lo spirito dei piloti era stato chiaro già dal prologo: mentre tutti cercavano il tempo, i piloti procedevano affiancati scambiandosi consigli ed impressioni sulle loro Vespa e sul percorso.

Ma bastarono le prime 5 tappe in mezzo al deserto nordafricano per fare di loro degli eroi contemporanei.

Dopo continue forature dovute ad un problema dei silenti-block che reggevano le sospensioni posteriori, speciali concluse a notte fonda (Basti pensare che la sesta speciale iniziava alle 08:30 del mattino e Bernard Tcherniavsky giunse al bivacco alle 08:10. Si stese sulla sabbia del deserto, sfinito, per soli 20 minuti, mentre i meccanici cambiavano gomme, candela e facevano il pieno. Bernard riparti con 3 minuti di ritardo e conclude quella speciale egregiamente), Vespa caricate sulle Land Rover per raggiungere il bivacco ed essere rimesse in sesto per il giorno dopo, cadute ed intoppi vari, arrivò la fine.

(fonte: tuttomotosport.it)